L’importanza della Trasparenza

“L’evoluzione sociale non serve al popolo, se non è preceduta da un’evoluzione di pensiero”, F. Battiato

 

Quando si definisce un qualcosa trasparente? Quando arriva quasi a scomparire, nonostante esista, lasciando intravedere ciò che si trova al di là di esso. Questa definizione dà già il senso della schizofrenia intrinseca al concetto stesso di Trasparenza. Un concetto di cui è chiaro quale sia il contraltare: in nome del valore positivo della trasparenza si sacrifica la privacy, sotto l’egida dell’accessibilità alla conoscenza. Conoscenza che può essere anche apparente, perché non è detto che l’accumulo di informazioni produca necessariamente maggiore conoscenza. Soprattutto in quest’era di iper-comunicazione in cui, oltre ai tanti dati, ci sono tante interpretazioni disponibili per tutti. Pertanto la trasparenza non viene qui proposta come un fine, ma come un mezzo. Un mezzo che vuole nobilitare il proprio fine e cioè risolvere un problema antico come gli esseri umani: quis custodiet ipsos custodes? Un dilemma che sembra non avere soluzione, ma che in realtà giustifica il tentativo della trasparenza: solo la trasparenza ha il potenziale per rendere virtuoso il circolo vizioso del chi-controlla-chi, o in altre parole del “chi controlla i controllori?”.

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Italia.it, quando non c’è fine al Peggio

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Per chi non lo ricordasse, c’è stato un periodo in cui se cercavi “merda” su Google, Italia.it usciva come primo risultato. Ecco, visto il clamoroso successo, si sta cercando di recuperare questo progetto… in maniera assurda! Dovrebbe diventare Italia Login, un portale che raccoglie tutti i servizi della PA NAZIONALE!!! Ma come si può prendere ‘sta cosa seriamente! In un paese dove non si riesce a coordinare la burocrazia di un semplice comune!! Se vuoi divertirti, leggi l’approfondimento al link

Decreti Attuativi: il Lato Oscuro delle Leggi

551d504fed71bUn aspetto del potere legislativo di cui non si parla mai… ma proprio mai! Di solito la cronaca parlamentare si concentra molto sulla discussione in Parlamento, giustamente. Anche perché ci sono due buoni motivi: ci si può concentrare di più sugli aspetti futili delle leggi (le dichiarazioni dei politici, le opinioni della ggggente e via giugioneggiando) e si può scrivere ciò che si vuole, cosa che i giornalisti adorano fare in modalità “a-vanvera”. Eppure, tra l’approvazione di una legge e la sua attuazione, cioè come concretamente inciderà sulla società, c’è di mezzo il mare. E questo mare si chiama Decreto Attuativo.

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#Lobby: l’assenza di Trasparenza è l’anticamera della Corruzione

public-relations-lobbying-and-politics1Molto interessante l’articolo di Transparency International, che riprende in buona sostanza ciò che io sostengo da tempo: l’attività di lobbying non è sbagliata di per sé. È naturale che esistano gruppi di pressione che cercano di orientare non solo l’azione politica, ma anche quella economica. Per capirci: in America esistono le lobby dei malati di tumore, le lobby ecologiche e così via. Qui in Europa, e soprattutto noi italiani, siamo abituati a dare una connotazione negativa già all’idea stessa di lobby. A parte questo, il punto è che se io so chi-spinge-cosa, so a chi dare il mio appoggio. Il problema si crea quando, ad esempio, sono convinto di aver votato un partito che è contrario alla guerra e al suo interno è pieno di lobbisti delle armi (vedasi il PD con il gioco d’azzardo… sempre ad esempio). Un registro pubblico e obbligatorio dei lobbisti servirebbe a regolamentare questo fenomeno e farlo vedere per quello che è: normalità! La corruzione si annida, semplicemente dove c’è opacità decisionale. Punto.

L’equivoco di fondo nella Riforma della #PA

In linea con la fumosità delle altre riforme del Governo Renzi, si colloca anche questa riforma della PA. La fumosità è data da una somma di alcuni aspetti impossibili da realizzare (tra cui io ci inserisco anche la misura del pre-pensionamento) con un equivoco di fondo: la terzietà dei manager pubblici. L’idea di un manager pubblico distaccato dall’azione politica è… ecco… come si diceva nella Francia del XVIII secolo… una puttanata! O l’ennesima paraculata per poter continuare a gestire i propri impicci indisturbati. È chiaro come il sole che la titolarità dei rapporti tra lo stato e le imprese, o tra lo stato e i cittadini, è passata dalla politica alla burocrazia, cui di fatto competono le relazioni proprie e quelle improprie, cioè corruttive. Chiunque occupi un ruolo di potere burocratico lo gestisce nel modo più lucroso possibile per sé e per le proprie relazioni politiche. Tangentopoli docet, no? La vera via sarebbe quella di rendere trasparenti i rapporti tra queste due aree dello Stato, politica e burocratica, in modo da renderle controllabili dai cittadini (discorso uguale e identico a quello delle Lobby in Parlamento). Questa dovrebbe essere la priorità e non un’illusoria terzietà dei manager che, alla fine, graverà solo sull’attività dei magistrati. La domanda è sempre una: perché non si affrontano le cose per quello che sono e invece si continua a fare del buonismo, che porta solo a confondere le acque?

#OpenData: come promuoverne la pubblicazione nelle #PA?

Comuni e Open Data

Leggevo questa petizione dal gruppo di Riparte il Futuro, sull’invio delle basi dati delle PA all’Agenzia per l’Italia Digitale (cosa di cui si era discusso anche su questo sito; vedi qui). La petizione è giusta e sacrosanta, ma si crea sempre un grosso equivoco quando si agisce per principio e non per utilità. A me sembra che non si possa incentivare un qualcosa, spingendo solo sul principio: non basta affermare che gli open data sono giusti e buoni, affinché i comuni, o le varie amministrazioni pubbliche ci si mettano a lavorare seriamente. Penso che solo spiegandone la convenienza e il ritorno economico che essi otterrebbero pubblicandoli, si possa incentivare seriamente una cultura della trasparenza. La trasparenza come principio non porta da nessuna parte! Il punto di partenza è semplice: per me, amministrazione pubblica di qualsiasi tipo, deve essere più conveniente pubblicare i dati in mio possesso, che non pubblicarli. Punto su cui si potrebbe lavorare non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello legislativo con i giusti contrappesi.

La fragilità dell’Agid nella #PA

Agid“Il digitale è ancora ritenuto una questione tecnica e non una priorità, trasversale a tutto il resto” questa è l’unica frase che abbia un senso preciso, nelle confuse dimissioni di Alessandra Poggiani (di cui trovi un ottimo resoconto qui). I problemi dell’Agenzia per l’Italia Digitale, per quanto mi riguarda, consistono in un unico grande malinteso: l’agenda digitale, più che non essere una priorità, non ha proprio nessuna considerazione da parte della politica e il caso della Poggiani ne è l’emblema! A distanza di una anno circa, ha subito lasciato l’incarico da direttrice, perché allettata da una possibile poltrona più pesante in Veneto. Naturalmente qui non si vuole giudicare la sua scelta, di cui solo lei conosce le motivazioni profonde, però si vuole mostrare un fatto certo: l’Agid viene comunque giudicata come un posto di serie B, anche da chi lo dirige e dovrebbe crederci. Punto. A ciò si aggiunge una totale noncuranza da parte dell’amministrazione centrale. Basti pensare all’episodio dell’emendamento Quintarelli, misura di buon senso bocciata quasi due mesi fa, da questo sedicente Governo gggiovane e 2.0 (per fortuna ritornato sui propri passi, nel caso specifico). La fragilità dell’Agid, pertanto, è direttamente proporzionale allo scarso interesse politico per la banda larga. Una domanda però: come si concilierà questo disinteresse, con gli ultimi 400 milioni di euro che le sono stati stanziati?

PS: non sarebbe forse meglio affidare tutto alla libera iniziativa privata e in un secondo momento far intervenire lo Stato, come è successo in Romania?… si, esatto… ROMANIA!!!

Italia e #OpenData

OpenDataBarometerDownload_0Notizia della settimana scorsa: l’Italia è 22esima per ciò che concerne il rilascio e l’utilizzo degli Open Data, secondo l’Open Data Barometer, una classifica che viene stilata dalla World Wide Web Foundation. Apriti cielo! Siamo sempre i soliti; facciamo più burocrazia, che fatti concreti e bla bla bla. Naturalmente sono tutte critiche vere, però bisognerebbe analizzare un po’ meglio la cosa: per esempio non si cita il fatto che rimaniamo tra i primi cinque paesi al mondo, tra quelli in trend positivo (anche se abbiamo perso due posizioni). Ora, purtroppo, non ho il tempo di leggere tutto il rapporto, ma penso che non sarebbe male contestualizzarlo visto che i giornalisti, come al solito, pensano sempre al titolo ad effetto e mai ad informare. Per esempio mi ha colpito l’analisi di un’altra classifica: quella stilata dall’Open Knowledge Foundation, il Global Open Data Index. Anche questa analisi, scritta dall’ottimo Maurizio Napolitano, muove le sue giuste critiche, ma contestualizzandole. Consiglio vivamente di leggerla e ci tengo a precisare solo una cosa: quello degli Open Data è un lungo cammino e non è con le critiche sterili che si riuscirà a compierlo.

#FOIA e Dossier Cottarelli

Un’iniziativa passata inosservata e di cui si dovrebbe parlare di più. A dicembre, le varie associazioni che sostengono l’adozione del Freedom of information Act in Italia, hanno richiesto di poter accedere al Dossier Cottarelli, il famoso dossier su cui si sarebbe dovuta basare la cosiddetta “spending review”. La risposta è consistita in un continuo ping-pong di responsabilità, tra la Presidenza del Consiglio e il MEF. Ad oggi, ancora non se ne sa nulla. L’adozione del FOIA  qui in Italia rimane un punto cruciale per lo sviluppo di questo paese; non mi stancherò mai di scriverlo!