in Editoriali

La Disuguaglianza Economica si basa sul falso mito della Meritocrazia

Credits: Wikimedia Commons

Un post polemico e lungo. Che mi sta a cuore perché è una situazione che, io e tutti i lavoratori, viviamo ogni giorno sulla nostra pelle. Parto dalla fine…

Le crisi aziendali e finanziarie sono causate, nella stragrande maggioranza dei casi, dai vertici (quadri, governance, o management che dir si voglia; o, nei casi di piccole imprese, dall’imprenditore vero e proprio, cioè da chi mette e rischia il capitale. A me piace definirli “datori di stipendio”) e non dalla base (il proletariato, i/le lavoratori/trici, che a me piace definire “datori di lavoro”). Su questo concetto c’è anche tutta una letteratura scientifica in economia: per chi volesse approfondire, magari suggerendomi risorse migliori, rimando a questo link. Ora, come già chiarito in un altro post, non è che io sia contro la gerarchia, per carità. E, naturalmente, non voglio qui sottintendere che i lavoratori siano esenti da colpe, o siano soltanto delle vittime angeliche e immacolate. Però, c’è una situazione che per me è insopportabile: gerarchia o no, ognuno si deve prendere le proprie responsabilità! Infatti, la cosiddetta “questione sociale”, italiana e straniera, è determinata innanzitutto da problemi nella redistribuzione del reddito ma in secondo luogo, e nella sua componente emotiva, è determinata da un “paradosso della responsabilità d’impresa” che cerco di sviscerare. Mi sembra quantomeno paradossale che, ad ogni crisi aziendale, i tagli per far quadrare i conti si scarichino innanzitutto sui salari dei dipendenti, che non hanno il merito delle crisi: infatti, se partiamo dal presupposto che il management percepisce stipendi da capogiro proprio a causa dell’importanza delle scelte strategiche che è costretto a prendere, perché i tagli non si applicano primariamente sui super-stipendi dei vertici, le cui decisioni strategiche determinano le crisi? Perché, invece, il rischio d’impresa si scarica innanzitutto sui salari dei dipendenti? Inoltre, se non bastasse, a tutto ciò si aggiunge un tassello fondamentale di questo paradosso: più le aziende/organizzazioni sono grandi e più il management non corre nessun rischio, avendo sempre in tasca buonuscite incredibili e incarichi in altre aziende importanti, a prescindere dai risultati raggiunti (a questo link, trovi un breve rassegna degli escamotage utilizzati dal management per non correre nessun rischio e occhio che, chi l’ha stilata, non è di orientamento socialista, men che meno keynesiano).

In questo caso gli esempi, italiani e non, sarebbero veramente tanti ma mi limito a due molto significativi. Il primo è il caso della Banca Popolare di Vicenza: travolta dalla crisi e dalle perdite, (1,4 miliardi nel 2015) è costretta a un aumento di capitale che metterà definitivamente in ginocchio i soci. A pagare il conto però non sarà l’ex ad Samuele Sorato, il manager che ha messo la sua firma sotto questi risultati: lui è uscito di scena con in tasca una buonuscita da 4 milioni di euro. Al suo posto è arrivato Francesco Iorio, che per prendere in mano la patata bollente della banca ha preteso una buona-entrata di 1,8 milioni e si è dimesso dopo neanche un anno (per chi volesse approfondire, consiglio questo video). Il secondo è il caso Alitalia: l’ex numero uno, Giancarlo Cimoli, comincia il suo management in azienda nel 2004 percependo uno stipendio di 2,9 milioni di euro, dopo aver terminato l’esperienza non brillante in Ferrovie, con una buonuscita di 6 milioni e 700 mila euro. Nel 2007, dopo neanche tre anni, porta Alitalia al fallimento e ne esce con quasi 3 milioni di euro di liquidazione. Il processo a suo carico per questo fallimento, è arrivato al suo esito solo nel 2015 e ne riporto uno stralcio (per chi volesse approfondire, consiglio questo articolo):

“Sprechi incalcolabili, che hanno creato danni enormi per la collettività pagati ancora oggi dai contribuenti. Operazioni abnormi, manager assunti sulla base di rapporti privatistici. Scelte scellerate, fino alla realizzazione di una vera e propria dissipazione dell’azienda”

Ecco, questo è lo standard da almeno metà anni ’90, della élite italiana e straniera: far pagare alla collettività i danni creati dai fallimenti del mercato. Per dovere di cronaca riporto anche le buonuscite dei manager italiani: qui la classifica per il 2014 e qui per il 2015, condite con il rapporto OCSE sulla disuguaglianza in Italia (una raccomandazione per tutti i Mr Livore che stanno leggendo: questo post non è contro le buonuscite o la disuguaglianza in valore assoluto, che vanno bene quando ci sono comprovate competenze culturali ed attitudinali, ma è  sulla mancanza di presa di responsabilità delle élite al potere, ok?).

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Credits: aldogiannuli.it

Assodato quanto sopra, rimane da chiarire come la disuguaglianza economica poggi le sue basi sulla Meritocrazia. A tal proposito mi viene in mente un episodio accadutomi quando lavoravo in Telecom, circa nove anni fa: durante un pranzo in mensa, un collega (tipico figlio di papà altolocato, rampante e pronto a trasformarsi in un Cimoli non appena gli fosse capitata l’occasione) mi spiegava, con il suo viso pulito e il ferma-cravatta in bella vista, come fosse nello stato naturale delle cose che chi viveva nei quartieri più popolari fosse perché si vestiva, si esprimeva e addirittura mangiava in un certo modo, sottintendendo quindi che chi era povero, lo era perché se lo meritava (anche se va chiarito che come ti vesti, esprimi e mangi determina chi sei… ma come persona, non come categoria socio-economica di appartenenza). Io, avendo capito i suoi orizzonti di pensiero, gli chiedevo malizioso dove avesse comprato quel bel ferma-cravatta, perché me ne avevano rubato uno uguale… a parte gli scherzi, il pensiero comune consiste nella convinzione che chi è al potere, o comunque in una situazione economica vantaggiosa, lo sia perché in possesso di doti intellettuali particolari. Vero per pochi casi ma non per la maggioranza dei casi, pertanto non è una regola. Anzi, come ci spiega con dati e dovizia di particolari questo articolo, in realtà il successo in qualsivoglia campo non dipende tanto dalle proprie capacità intellettive, quanto dalla situazione economica familiare, il giro di persone che si frequenta, la percezione che si ha di sé, il proprio livello di egocentrismo e di arrivismo, eccetera. Quindi il successo dipende più da doti ereditarie ed emotive, anche abbastanza squallide, che non da oggettive doti intellettuali. Su questo falso mito si innesta tutta l’epica della meritocrazia, cioè del governo dei meritevoli. Una trattazione veramente brillante del concetto di meritocrazia è stata fatta in questo post dal Pedante (blog che consiglio caldamente di stra-leggere), ma provo a riassumerla: definire che cos’è il merito e di conseguenza chi sono i meritevoli è un esercizio ontologicamente improduttivo, perché il merito esprime un giudizio, non un criterio di giudizio. In realtà, i meritevoli sono coloro che già si è deciso debbano essere tali, secondo criteri di valutazione che precedono l’investitura meritocratica e pertanto non ne sono causa. Così accade che ognuno/a ritenga sé stesso/a meritevole: per capacità personali, potenzialità inespresse, o più semplicemente perché ce l’ha messa tutta, rendendo il merito un miraggio completamente soggettivo. Ma quali sono le conseguenze di questa allucinazione collettiva? Riporto il passaggio secondo me più importante del suddetto post:

se i criteri di giudizio del merito sono in realtà plurali e in tacita concorrenza tra loro, chi decide quale sia da applicare? Prevedibilmente coloro che hanno la facoltà di imporre il proprio: cioè i più forti. La scoperta, invero ovvia, è che la meritocrazia esiste, è sempre esistita. Onori, ricchezze, riconoscimenti e cariche sono sempre stati attribuiti a coloro che se li meritavano, ovviamente secondo il canone di chi ne disponeva potendoli elargire, revocare, agevolare ecc. Sicché la meritocrazia, nel realizzare il criterio dei forti, è la legge del più forte… Allargando lo sguardo alle opinioni di tutti, non potendo darsi una comunità unanimemente meritocratica, essa non può che ambire a realizzarsi attraverso la violenza di una parte – la sedicente meritevole – sul resto. Ciò spiega, tra l’altro, il livore e l’aggressività che quasi sempre ne accompagnano l’invocazione.

La critica classica alla meritocrazia (per chi volesse una breve trattazione storica, consiglio questo post) è che una sua rigida applicazione, esaspererebbe il conflitto redistributivo amplificando gli effetti della fortuna. Una critica che fa diventare ancora più mostruoso il concetto di meritocrazia, perché porta a concepire la mobilità sociale come un’omologazione rigorosamente al ribasso, attraverso la miseria (come le soluzioni di redistribuzione top-down, tipo l’inasprimento delle tasse di successione o delle tasse ai più ricchi, con l’unico effetto che i ricchi spostano le loro residenze fiscali altrove). Ed è qui che si crea il circolo vizioso della meritocrazia: chi sta in basso chiede meritocrazia per riscattarsi dalle diseguaglianze, chi sta in alto vi trova all’opposto l’alleato migliore per giustificare e amplificare quelle diseguaglianze. Ma indovina un po’ chi vince tra i due? Infatti, se formalmente la meritocrazia promette di esaltare i migliori, nella sostanza esiste solo per sanzionare i peggiori, individuati di volta in volta secondo il capriccio e gli interessi del più forte. La meritocrazia fa leva sugli istinti più bassi delle persone: la volontà di vincere sui propri simili e la paura della rovina. Insomma, la meritocrazia rimane e rimarrà sempre solo un miraggio per gli stolti.

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In conclusione: abbiamo visto come la disuguaglianza economica, nel migliore dei casi, poggi le sue basi sul nulla e cioè sulla meritocrazia mentre, nel peggiore dei casi, poggi le sue basi sulla violenza (intellettuale, finanziaria, o fisica, non fa differenza). Io sono convinto che, a causa di ciò, i nostri padri costituenti hanno deciso di inserire al terzo articolo della Costituzione, questo passaggio:

… È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Perché avevano vissuto intensamente sulla loro pelle, l’oggettiva ingiustizia della disuguaglianza economica (le due guerre mondiali, checché se ne dica, sono state il frutto del liberismo: trovi a questo link, una trattazione giuridica, a questo link e a quest’altro link, una trattazione economica e questo link, una storica) e volevano porvi rimedio con l’unica battaglia politica veramente importante: la redistribuzione del reddito. Avevano capito perfettamente che le falle nella capacità redistributiva di un paese, portano ai problemi non solo per i datori di lavoro ma anche per i datori di stipendio, perché a forza di tagliare salari, poi non hai nessuno che compra i tuoi beni. Pertanto, chi parla della diseguaglianza economica dall’alto della propria posizione privilegiata, non ha capito che sta facendo un male a sé stesso perché prima o poi colpirà anche lui: la disuguaglianza economica è oggettivamente ingiusta perché è ingiusta per tutti, nessuno escluso/a.

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